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At the service of the Missionary Church

We are a network of open hearts and outstretched hands, connected to the power of Christ's love and, connected to lay collaborators and missionaries, at the service of the Church. The total gift of self disposes us to share spiritual gifts and to transmit material help to the most needy in the world.

Our priority is to pass on the fire of Christ to others

that burns in our hearts, to spread more and more love for the Mission,

rooting it in everyone's heart

We are characterized by the desire to root and consolidate the Kingdom of God everywhere, especially in Africa, first of all through prayer, the giving of ourselves and through various  promotion and support activities for the missions.

NOTIZIE CLAVERIANE
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Accendere una candela virtuale per ottenere una grazia, per chiedere aiuto se si e' in difficolta', per ringraziare per una grazia ricevuta o semplicemente perché' riconosciamo la grandiosa misericordia e l'amore che il nostro Signore ha per ciascuno dei suoi figli.

"Dove non arriva nulla, arriva l'amore: la mia vita tra gli Yanomami

Padre Giuseppe Phan Anh Tuan

Mi chiamo Giuseppe Phan Anh Tuan, sono nato in Vietnam il 1° febbraio 1984 e appartengo alla Congregazione Salesiana Don Bosco. Dal 2011 sono missionario nella foresta amazzonica, tra gli indigeni del Venezuela. La vocazione missionaria è un mistero: un dono che Dio affida a ciascuno in modo unico. La spiritualità salesiana ci invita a portare l’amore di Dio a tutti i popoli, specialmente a quelli che non hanno ancora ricevuto l’annuncio del Vangelo. Le Costituzioni salesiane lo esprimono chiaramente: il missionario è chiamato ad accogliere i valori dei popoli e a condividere le loro speranze e le loro fatiche. Queste parole hanno segnato profondamente il mio cammino. Dopo tre anni di discernimento, ho dato la mia disponibilità per partire ovunque fosse necessario. Nel 2011 sono stato destinato al Venezuela. Un nuovo inizio, da zero Quando arrivai, non conoscevo nemmeno una parola di spagnolo. Neppure i saluti più semplici. Mi sentivo come un bambino che deve imparare tutto da capo. Dopo tre mesi di studio a Caracas, sono stato inviato nella foresta amazzonica. Lì è iniziata la vera missione. Non solo dovevo continuare a imparare lo spagnolo, ma anche entrare in contatto con una lingua e una cultura completamente nuove: quelle degli indigeni. Mi dicevano: “Se impari la lingua della gente, conquisterai il loro cuore”. Ed era vero. Sono stato inviato a proseguire il lavoro dei missionari che mi avevano preceduto: accompagnare la scuola, insegnare il catechismo, animare la comunità cristiana, curare la cappella. Ma anche condividere la vita quotidiana: lavorare la terra, coltivare banane, manioca, ananas. Lo shock della foresta Arrivare nella giungla è stato uno shock profondo. Niente elettricità. Niente internet. Nessun telefono. Nessun mezzo di trasporto. Solo natura, silenzio e una vita essenziale. Gli indigeni vivono in modo comunitario, con abiti semplici, basando la loro vita sulla caccia e sulla raccolta. Io venivo da un contesto urbano: tutto mi sembrava estraneo. Parlavo poco, capivo ancora meno. Mi sentivo fuori posto. La comunità missionaria era composta da tre persone: un italiano, uno spagnolo e io, vietnamita. Nonostante la presenza degli altri, attraversai un momento molto difficile. Entrai in una forma di chiusura: per circa un mese non parlavo quasi con nessuno. Lavoravo soltanto, occupandomi degli animali, del vivaio, dei lavori manuali. Molti pensavano che avrei rinunciato. Ma non era così. Dentro di me non volevo tornare indietro: semplicemente, non sapevo ancora come stare lì. Ricominciare dall’interno In quel tempo di silenzio, ho pregato molto. Ho chiesto luce a Dio. Ho riletto il mio diario, gli appunti del corso missionario. Poco a poco, qualcosa è cambiato. La semplicità della gente mi ha aiutato a riaprirmi. Ho ripreso coraggio. Ho iniziato a imparare davvero: la lingua, i gesti, i ritmi della vita. Disegnavo gli oggetti su un quaderno per ricordare le parole — anche se non ero bravo a disegnare. Celebravo la Messa in spagnolo e, nei villaggi, nella lingua indigena. Per l’omelia, imparavo a memoria con l’aiuto di un insegnante, ripetendo come un “pappagallo”, finché le parole hanno iniziato ad avere senso. Viaggiavo spesso tra i villaggi, a piedi o in barca lungo il fiume Amazzoni. Alcuni viaggi duravano settimane. Così, giorno dopo giorno, è nato un legame vero con le persone. Vivere con gli Yanomami Ho vissuto sette anni tra gli indigeni Yanomami: anni che considero una grazia. Vivono nello shapono, una grande casa comune senza divisioni tra famiglie. Dormono su amache, condividono tutto, vivono in stretto rapporto con la natura. Gli uomini cacciano, le donne raccolgono. Ho scoperto una cultura ricca e complessa: piena di valori, ma anche con alcune sfide. Esistono matrimoni precoci e, tra i capi, la poligamia. Tuttavia, colpisce la loro forte fedeltà e il senso di comunità. Non hanno leggi scritte, ma portano nel cuore un profondo senso di rispetto e unità. I loro riti, anche quelli funebri, esprimono una visione intensa della vita: dopo la cremazione, le ceneri vengono trasformate e condivise in un rito che mantiene viva la presenza del defunto nella comunità. Una vita semplice, esperienze uniche Ho vissuto senza denaro, praticando il baratto. Una vita essenziale, ma piena. Ho vissuto esperienze che non dimenticherò mai: •essere scambiato per una donna a causa dei capelli lunghi •assistere a una nascita e a una morte nello stesso viaggio •ricevere una proposta di matrimonio perché ritenuto sterile •partecipare a riti tradizionali profondamente significativi Sono momenti che hanno segnato la mia vita e la mia fede. Ciò che ho ricevuto Dopo tanti anni, posso dire con certezza che Dio è presente ovunque. Ogni cultura, anche la più lontana dalla nostra, custodisce semi di verità, di bellezza, di umanità. Ricordo una frase del musicista vietnamita Trịnh Công Sơn: “Esistono solo la condizione umana e l’amore; la condizione è limitata, l’amore è infinito.” È ciò che ho visto con i miei occhi. Credo profondamente che dove c’è amore, non c’è fallimento. Essere missionari significa questo: vivere con sincerità, rispettare le culture, camminare accanto alle persone, facendo il bene. Se guardo alla mia esperienza, sento che ciò che ho dato è poco. Ma ciò che ho ricevuto è immenso: l’amore delle persone.

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Congregazione Suore Missionarie di S. Pietro Claver

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Carissimi fratelli e sorelle,

desideriamo esprimere la nostra sincera gratitudine per il vostro sostegno al lavoro e all’impegno missionario di Padre Giuseppe Phan Anh Tuan e di tanti altri missionari che, con sacrificio, fede e amore, annunciano il Vangelo portando Gesù, la Sua Parola e la Sua presenza a coloro che ancora non Lo conoscono.

Vi invitiamo a continuare a sostenerli con la preghiera e, per chi ne ha la possibilità, anche con un aiuto concreto e generoso. Ogni gesto di carità e vicinanza è un prezioso contributo alla missione della Chiesa e alla diffusione dell’amore di Cristo nel mondo.

Con riconoscenza, affidiamo voi e le vostre famiglie alla protezione del Signore, chiedendo per ciascuno abbondanti benedizioni e pace.

Con gratitudine e nella preghiera.

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